cARTeggi – n. 2 – Novembre 2020


Articolo
IL MOVIMENTO E L’ENTRAINMENT
Relazioni ritmiche che possono liberare
di Luana Bigioni, esperta di arti visive e performative, danzaterapeuta clinica, docente Lyceum

Una forza magnetica caratterizzata da un dinamismo simile alla musica attrae, lega insieme, avvicina le persone. Ritornare al corpo e al suo ritmo, ha permesso, col metodo della Danzaterapia Clinica, di creare uno spazio di sintonia all’interno di un gruppo di donne vittime di tratta.

Gli esseri umani, sostiene l’antropologo e studioso della storia della danza Curt Sachs (1966), esprimono le emozioni e sentimenti con il movimento perché ogni azione che compiono è dotata di ritmo.

La vita stessa ha un andamento ritmico, dal camminare al battere del cuore. Il ritmo è una lingua innata che ci permette di entrare in comunicazione con il mondo e con gli altri, fatta di parole danzate a cui non l’orecchio ma il corpo intero presta ascolto.

I neuroscienziati chiamano entrainment la caratteristica umana di aderire al ritmo dell’altro, mimeticamente, così da accordarsi in una relazione la cui sincronia ci lega insieme. Ciò conferma il carattere universale della danza, la cui capacità narrativa ci permette di raccontare storie con il corpo e di condividerle con gli altri in uno scambio non verbale in cui incontrarsi senza bisogno di parole.

Il linguaggio del movimento può infatti dare a ogni persona ciò di cui ha bisogno creando un ponte comune che mette in relazione i corpi, annullando ciò che potrebbe allontanarci se ci incontrassimo nelle parole. La danza crea legami di appartenenza, “noi” provvisori in grado di avvicinare sconosciuti e condividere emozioni profonde.

Ne ho avuto conferma lavorando con utenze particolari, che portavano con sé vissuti indicibili, poco disponibili e diffidenti, apparentemente senza nulla in comune, neppure la lingua.

Proverò qui a raccontare la mia esperienza di danzaterapia clinica con un gruppo di donne nigeriane e ganesi che sono state vittime di tratta sessuale, diffidenti sul piano verbale ma disponibili su quello corporeo.

Il sistema di sfruttamento della prostituzione nei gruppi nigeriani approfitta del desiderio di fuggire dalla povertà delle giovani donne che sognano di migliorare la propria condizione. Per raggiungere una vita migliore sono necessari molti soldi che l’organizzazione criminale, dietro le spoglie di un amico o famigliare, è disposta ad anticipare, sarà poi un onesto lavoro in Italia a ripagare tutto, dicono. In ultimo l’aspetto simbolico rituale che garantisce all’organizzazione la completa assoggettazione della ragazza e il suo modellamento: il woodoo.

I corpi che ho condotto in un percorso di danzaterapia clinica lungo un anno sono portatori di segni e ferite profonde lasciate da relazioni in cui non c’è stato scambio ma solo rapporti di dominanza e sudditanza, e di sogni.

Raggiungere una comprensione di sé è difficile, particolarmente in donne che hanno vissuti di coercizione e che spesso, ancora oggi, devono combattere per affermare il proprio senso d’identità e di autostima, confuse da emozioni e desideri a cui non sempre sanno dare forma, nome ed energia comprensibili. La Danzaterapia Clinica può aiutare, tramite un lavoro corporeo, a ricostruire l’equilibrio psico-fisico diventando più consapevoli delle proprie difficoltà e delle proprie capacità. Saper vivere in equilibrio, saper confrontarsi con i momenti belli, ma anche con i momenti brutti di questa vita, può aiutare una persona che ha vissuto lo sfruttamento a ritrovare un rapporto nuovo col proprio corpo.  La metodologia ci permette di costruire su un piano corporeo una relazione profonda con l’Altro giungendo lì dove parole hanno suoni e forme differenti, dove l’impulso motorio [1]dà libero corso alle emozioni.

Ho percepito fin da subito di dover restare con queste donne solo sul piano corporeo, non verbale. Si sono lasciate condurre e si sono accordate con me in una mimesi che ricorda quel rispecchiamento sicuro della mamma con la propria bambina. Come in una coreografia di oscillatori o metronomi viventi abbiamo pian piano sincronizzato i nostri corpi e con loro anche le nostre emozioni costruendo una relazione che restituisse sicurezza, comprensione, ascolto e amore: l’essenza di ciò che possiamo definire “terapeutico”.

Per consolidare questa relazione è stato fondamentale scegliere un campo neutrale in cui incontrarci, ci sono venuti in supporto brani musicali dalle melodie e dai suoni che accomunano culture diverse.

La scelta della musica è fondamentale, non è mai sottofondo superfluo ma sempre facilitatore del movimento e dell’espressione delle emozioni. Ogni brano è scelto con cura perché aiuti i corpi di ogni partecipante a sincronizzarsi e a sperimentare nella direzione che la conduttrice vuole indicare.

Stare sul corpo ci ha permesso, col metodo della Danzaterapia Clinica, di creare uno spazio di condivisione, di sintonia e ricco di empatia.

Danziamo e cantiamo la nostra vita insieme agli altri esseri viventi senza esserne consapevoli.

La musica dei corpi non si “sente” ma si fa! Il modo in cui facciamo esperienza del mondo e ogni azione che compiamo è musicale, come ad esempio camminare, saltare, leggere, parlare e accarezzare.

Quando parlo di musica intendo abbracciare non solo l’immagine del suono o degli strumenti musicali ma anche i gesti, le parole e le azioni che sono fluenti come le note di una melodia e i cui ritmi si accordano in armonie. Ogni corpo è in grado di fare musica e di comunicare.

Ad un gesto può corrispondere un’eco, una risposta o un controcanto, pensiamo alla relazione tra mamma e il suo bambino o la sua bambina: parole e giochi vocali sono legati ai movimenti del corpo che non vengono percepiti come eventi separati ma uniti.

La relazione che si viene a creare ricorda una coreografia che propone il prototipo per tutti i successivi scambi interpersonali: la mamma prende in braccio la figlia o il figlio mentre piange, sorride, dondola il corpo. Questi eventi sono tenuti insieme da una sequenza temporale caratterizzata da ritmo, durata e velocità che verrà interiorizzata insieme alle emozioni esperite.

Sarà capitato a molte e molti di notare come le emozioni vissute dai bambini e dalle bambine si traducono in suoni ma anche in movimenti: l’atteggiamento del corpo intero comunica.

La musicalità dei comportamenti umani è un concetto sviluppato da due ricercatori: Stephan Malloch e Colwyn Trevarthen (2009). Essi l’hanno definita come una capacità dell’essere umano di entrare in comunicazione con i propri congeneri, garantendo uno scambio di alta qualità fra le persone e di regolazione delle emozioni, degli affetti, ma anche dei comportamenti. Gli autori presentano questa caratteristica umana come una competenza proto-musicale generale che organizza e controlla tutte le competenze temporali e sociali dell’essere umano.

Ricerche nel campo delle neuroscienze hanno recentemente approfondito aspetti legati alla danza, al ritmo e al linguaggio. Alla radice della danza c’è il nostro talento per la risonanza inconscia: l’entrainment.

Il termine si riferisce agli studi sulla risonanza di Huygens, il quale, sulla basi degli studi galileiani sull’isocronismo del pendolo, dimostrò che disponendo a fianco e nella stessa parete due o più pendoli con oscillazioni diverse  tendevano, dopo un po’, a muoversi in sincronia l’uno con l’altro.

Questo fenomeno si riscontra nei corpi inanimati così come negli esseri viventi: il lampeggio simultaneo delle lucciole, il ritmo armonico del frinire dei grilli e delle cicale o la coordinazione sincronica della tosse che ritmicamente si rincorre a eco durante gli spettacoli teatrali, per fare alcuni esempi.

L’entrainment coinvolge dinamiche psicologiche e culturali, rappresentando un fenomeno essenziale alla costruzione dei legami profondi che pone le basi dello sviluppo relazionale, emotivo e comunicativo. Quanto detto fin’ora viene confermato dagli studi neurofisiologici sui neuroni “motori” (Gallese V., 2005), ribattezzati poi “neuroni a specchio” (Iacoboni M., 2008), in grado di attivarsi sia quando siamo noi ad eseguire un’azione sia quando osserviamo altri corpi farlo e che ci permettono di sentire risuonare dentro di noi le emozioni che osserviamo vivere da altre persone.

Il presupposto per sincronizzare i propri ritmi interni è ancora una volta la relazione: “più c’è empatia, più c’è vicinanza.”[2]

Brown & Parsons (2008) definiscono la danza come la pratica di gruppo più sincronizzata in assoluto. Richiede una capacità di coordinazione nello spazio e nel tempo, assente in altri contesti sociali, e aree cerebrali specializzate.

La danza è dotata di una forte capacità di rappresentazione e imitazione, elementi chiave per l’apprendimento e la diffusione della cultura. Potremmo ipotizzare che la danza sia la prima forma di linguaggio dell’essere umano. A sostegno di questa tesi Brown, Martinez & Parsons (2006) dopo aver individuato nell’area di Broca e nel suo omologo nell’emisfero destro le aree fondamentali per l’imitazione e la produzione del discorso, permettendoci di ordinare insiemi di parole e frasi, identificano che il suo omologo possa servire per costruire sequenze di movimento senza soluzione di continuità.

Questa scoperta rafforza la teoria secondo cui il linguaggio si sarebbe evoluto inizialmente come un sistema di gesti prima di diventare orale. Il sistema senso-motorio, funge inoltre da aggancio naturale delle parole alla realtà e caratterizza il nostro linguaggio. L’ancoraggio al mondo è una proprietà fondamentale senza la quale il linguaggio sarebbe un sistema di simboli senza senso.

Possiamo quindi concludere che la Danzaterapia Clinica può fornire un metodo di riabilitazione capace di superare differenze linguistico-culturali e giungere lì dove non arriva il verbale. La danza offre la possibilità di sperimentare in modo nuovo il corpo e la rappresentazione che abbiamo di esso.

“La danza come modo, luogo e spazio definito della relazione all’interno del quale è possibile per me affidarti il mio corpo, il mio movimento, ed attraverso questi ti trovo e mi racconto. Incontrandoci nella danza il corpo mio e il tuo diventano il luogo della nostra relazione. Non è verso le mie compagne che mi muovo, ma verso te, conduttrice, che per prima mi cerchi attraverso questo canale forse perché sei convinta che nella danza ci potremmo trovare.” Nella mia immaginazione potrebbero essere i pensieri delle donne che ho qui descritto al termine del nostro percorso.

Il movimento, la musica interna del corpo e quella esterna sono in grado di creare una trama, un filo che lega le persone, avvicina gli estranei e porta umanità sconosciute a danzare insieme.


Bibliografia

1 Sachs C., Storia della danza, Il saggiatore, Milano, 1966.

2 Apolito P., Ritmi di festa. Corpo, danza, socialità, Il Mulino, Bologna, 2014, pag 63.

Brown S., Martinez M.J. & Parsons L.M., The Neural Basis of Human dance, Celebral Cortex, vol.16, n. 8, 2006, pag. 1157-1167.

Brown S. & Parsons L.M., The Neuroscience of Dance, Scientific American, n. 299, 2008, pag. 78-83.

Gallarese V., Embbodied Simulation: from Neurons to Phenomenal Experiences, Phonomenology and the Cognitive Sciencies, n. 4, 2005, pag 23-48.

Iacoboni M., I neuroni a specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

Malloch S. & Trevarthen C., Comunicative Musicality.  Exploring The Basis Of Companionship, Oxford University Press, New York, 2009.

Riccio P., Grounded language. L’ancoraggio al mondo attraverso il sistema senso-motorio, in Natura, comunicazione e neuro filosofie, Corsico ed., 2009, pag 113-122. 

Sachs C., Storia della danza, Il saggiatore, Milano, 1966.

Strogatz S.H., Sync: The Emerging Science of Spontanuous Order, tr. it. Sincronia. i ritmi della natura, i nostri ritmi, Rizzoli, Milano, 2003.


Note

[1] descritto da Sachs, 1980, nel capitolo 2

[2] Apolito, 2014, pag 63

Share: